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Un Lago per Amico

molveno 27 giugno

Questo è un racconto che ci ha recapitato il Signor Massimo Ficarelli dove ci viene proposto uno scorcio storico di Molveno. Un'esperienza molto interessante ed emozionante che fortunatamente possiamo riviverla in modo simile ogni volta che possiamo sostare in riva al Lago di Molveno.

 

Un lago per amico


"Lassù sulle montagne, tra boschi e valli d'or", c'è il Lago di Molveno; uno splendido bacino alpino in cui si specchiano, come magnifica cornice, le Dolomiti del Gruppo del Brenta.
Verso l'inizio degli anni sessanta, per un paio di estati consecutive, quei luoghi furono la meta delle mie vacanze; la scelta fu dettata ai miei genitori dal desiderio di rivedere il paese in cui, costretti dagli eventi bellici, essi vissero per molti mesi.
Un  breve  cenno  storico  su  come  la  mia  famiglia  (io  non  ero  ancora  nato)  capitò  in questi luoghi: nei primi mesi del 1944 mio padre, che nel frattempo, con il grado di capitano  era  stato  ferito  in  quell'utopia  di conquista chiamata Albania, si ritrovò con qualche dito in meno nei piedi (causa congelamento) ed una famiglia con due figli in tenera  età:  con  mia  madre  in  fuga  da  Genova  loro  città  natale,  martoriata  dai bombardamenti  degli  "alleati",  dopo  varie  peregrinazioni  si  ritrovarono  in  Trentino  a Molveno, che in quel tempo era diventata una tappa dell'esercito tedesco in fuga verso
il Brennero.  
Come  tutta  la  popolazione,  mio  padre,  mia  madre  e  i  miei  fratelli,  ospitati  da  una famiglia del luogo, furono costretti a fare i conti con l'arroganza di un'autorità militare che, conscia della disfatta in arrivo, era per questo più opprimente. Gli alimenti migliori erano destinati all'esercito tedesco, quindi per i residenti l'alimentazione era limitata alla  poca  verdura  che  ognuno  si  coltivava,  polenta,  latte,  qualche  gallina  centenaria e........trote e salmerini ! Il lago ne era ricco.
Ecco  infatti che, tornando velocemente agli anni sessanta, oltre ai motivi suddetti si era aggiunta la mia passione per la pesca che nel frattempo aveva contagiato tutta la famiglia.  Deciso.  Molveno  sarebbe  stata  la  meta  per  la  villeggiatura,  in  un
appartamento preso in affitto.
Questo  splendido  lago,  situato  a  circa  900  metri  di  altitudine,  veniva  regolarmente svuotato durante l'inverno per circa 1/3 del suo invaso per produrre energia elettrica, già dai primi anni 50 l'Enel aveva creato delle condotte sotterranee che dalla riva sud
portavano l'acqua verso la valle del'Adige.
Nonostante questo trattamento, al sopraggiungere dell'estate ed al massimo della sua capacità, diventava ottimo terreno di caccia per insidiare persici reali (immessi a scopo sperimentale alla fine degli anni 50), trote, salmerini e qualche cavedano con la laurea
e,  dicevano  i  locali,  qualche  luccio,  carpe  e  tinche,  insomma  un  paradiso  peri pescatori, oltre al classico "pesciame", cioè avannotti di diverse specie.
Tutte  le  rive  erano  buone  per  pescare  e,  quando  le  mie  misere  finanze  lo permettevano, con mio fratello Alberto, più giovane di me, affittavo un barcone a remi cui avevano apposto il nome Elda: era una specie di transatlantico di legno massiccio
colorato in giallo, rosso e nero, costruito per utilizzare due rematori, pesantissimo da portare soprattutto per le esili braccia di un adolescente quattordicenne quale ero io.
Con  questo  natante,  faticosamente,  ci  si  recava  presso  la  sponda  rocciosa  e  a strapiombo, nella zona sottostante il "Grand Hôtel ".
Ancorata in qualche modo la barca, si tentava la cattura di persici reali, usando come esca  lombrichi  da  letame reperiti in qualche stalla del paese; tornavamo a casa con una decina di pesci, fieri di mostrare prede di circa 25 centimetri cui veniva fatto onore
in tavola la sera stessa.
A proposito di vermi, ricordo gli episodi tragicomici relativi a quando, la mattina, sul balcone di casa, mia madre trovava i vermi lunghi distesi ed ormai secchi che erano evasi  dall'approssimativo  contenitore,  un  ex  barattolo  di  pelati.  In  queste  occasioni,
mio fratello ed io, venivamo svegliati dallo strepitìo di mia madre che perentoriamente ordinava: "adesso pulite!". Comunque, ritornavo a rovistare in posti innominabili per reperire quei miracolosi vermetti che davano risultati incredibili.
Una mattina, approfittando della disponibilità del fratello maggiore, proprietario di una lucente Fiat 850 color carta da zucchero (quelli della mia età sanno che era di colore azzurro),  mi  feci  condurre,  sempre  con  il fratello minore al seguito, in una zona del
lago  vicino  ad  una  cascata  artificiale  (da  dove  rimettevano  l'acqua  della  centrale, acqua che arrivava dalla valle del Sarca). Tirava un vento fastidioso e comunque iniziai l'azione di pesca. Lanciata la mia lenza, osservavo il galleggiante che, dondolato dalle
onde, appariva e scompariva alla vista. Il tempo trascorse senza che si verificasse la minima abboccata: i pesci sembravano spariti, eppure era un luogo dichiaratamente pescoso.  Annoiato,  presi  a  bersagliare  il  galleggiante  con  piccole  pietruzze  bianche,
così, tanto per fare qualcosa. Dopo un quarto d'ora circa di questo "esercizio" vidi il galleggiante  saltellare  ed  affondare  deciso,  quando  sollevai  la  canna  mi  sembrò  di avere allamato una balena.
Lanciai un urlo.
I miei fratelli, che nel frattempo si erano allontanati per tentare in altri posti, accorsero per vedere cosa stesse succedendo.
Stavo  lottando  con  "qualcosa"  che  aveva  abboccato  al  mio  amo  e  che  mi  stava costringendo a seguirla da riva per non spezzare filo o canna; dopo qualche metro mi si  parò  davanti  un  macigno  insormontabile,  impossibile  scavalcarlo,  impensabile
aggirarlo, entrare in acqua neanche a dirlo. Sentii però che la tensione del filo stava allentandosi, e tentai di recuperare qualche metro di filo con successo, la frizione del mulinello manovrata con poca perizia mi venne in aiuto cedendo filo al pesce che nel
frattempo aveva ripreso a fuggire verso il largo. Non ricordo bene per quanto tempo durò questo tira e molla, ricordo solo che alla fine il fratello maggiore riuscì a infilare nel  retino  il  pesce  che  ero  riuscito  a  portare  fino  a  riva,  entrambi  (io  ed  il  pesce)
eravamo esausti. Al sicuro sulla riva, lontani dall'acqua, guardai la mia preda: era una trota  lunga  più  di  quaranta  centimetri  (mio  fratello  Roberto  misurò  tre  spanne) bellissima, molto chiara, argentea e aveva delle curiose puntinature nere a forma di
stella  sul  fianco,  e  la  parte  inferiore  della  mascella  s’incurvava  leggermente  verso l'alto, una sorta di becco, (seppi poi che si trattava di un maschio di  trota lacustre).
Ero al settimo cielo e volli percorrere gli ultimi metri di strada a piedi con il mio pesce bene  in  vista:  la  cosa  sortì  l'effetto  voluto,  i  villeggianti  che  incrociavo  mi  si avvicinavano con curiosità chiedendo che pesce fosse. Ai tempi dei miei quindici anni
non c'era, o meglio non avevo, la cultura del no.kill.
La notte forse sognai di quel pesce e di altre favole.
Sono passati più di trent'anni e sono voluto ritornare a Molveno, chiaramente anche per pescare.
Dopo  un  giro  di  telefonate,  prenotato  l'albergo  e  informatomi  sulle  normative per la pesca,  mi  sono  preparato  con  cura,  non  solo  per quanto riguarda l'attrezzatura, ma anche psicologicamente perché sapevo che sarebbe stato emozionante rivedere quei luoghi dopo tanti anni.
Con  moglie  al  seguito,  un  sabato  mattina  di  alcune  estati  orsono,  all'alba  mi  sono messo in viaggio. Ho voluto percorrere la stessa strada di allora: l’autostrada fino a Brescia, poi il Lago di Garda e la strada della sponda occidentale, più tortuosa ma più
suggestiva di quella della riva opposta. Poi Riva di Trento e infine verso Ponte Arche.
Comincia la salita, e giunto all'ultimo paese - S.Lorenzo in Banale - la strada sale per qualche  chilometro,  tortuosa,  stretta  e con diverse gallerie scavate nella roccia, due curve ancora per poi diventare pianeggiante ed improvviso dopo una curva si aprono
alla  vista  il  Lago  di  Molveno  e  le  rosse  montagne.  Sembrava  tutto  come  allora,  la cascata,  il  famoso  macigno  (ricordai  la  trota).  Man  mano  che  procedevo  però  una sottile  ansia  cresceva  dentro  di  me,  dovuta  forse all'emozione di rivedere quei posti dopo così tanti anni. Quando fui in vista del paese mi si aprì il cuore: era diventato un luogo da favola. Cresciuto? si ma in modo molto razionale e senza colate di cemento, anzi le costruzioni seminascoste dagli alberi; le rive del lago, dopo la spiaggia erano un sol prato, curato come un campo da golf.
Dopo esserci sistemati in albergo e brevemente riposati, siamo andati alla ricerca di un posto dove provare a pescare. Ma volevo andarci in barca; all'imbarcadero, una fila di barche  in  legno  tutte  uguali,  belle,  eleganti  ma,  una  piccola  delusione:  il  costo  per affittarla per tre o quattro ore avrebbe quasi superato quello di tutta la vacanza!!
Ero  però  curioso  di  sapere  che  fine  avessero  fatto  le  barche  di  legno  degli  anni  60, quindi chiesi notizie al gestore dell'impianto che mi guardò come fossi un marziano; mi disse però che è da tempo che non ci sono più, forse sono state usate come legna da ardere, e che non sapeva darmi una risposta, non era neanche lontamente parente di chi allora gestiva l'affitto delle 2 o 3 barche in dotazione.
Un  po'  di  malinconia  mi  assalì,  soprattutto  perché  pensai  a  tutte  quelle  volte  in  cui quel barcone di allora, "Elda", è stata muta testimone di tante belle ore passate sul lago a pescare circondato da un silenzio perfetto.
L'aria però è profumata e foriera di tante promesse, risaliamo in macchina dirigiamo verso la cascata da cui scendeva un filo d’acqua: seppi poi che il flusso d’acqua era soggetto  a  periodi  ciclici  di  maggiore  o  minor  portata.  Qui  nulla  sembra  cambiato  e probabilmente parcheggio nello stesso posto dove più di trent'anni fa mio fratello mise la sua Fiat 850. E' estate ed il clima è ideale.
Mia moglie come una lucertola si stende al sole, poco distante incomincio a pescare con una canna lancio - in questi anni ho affinato e perfezionato le tecniche di pesca che  pratico  a  livello  agonistico  –  canna  inglese  da  4  metri  e  mezzo,  galleggiante adeguato, piombatura scalata per dare morbidezza alla lenza, amo n. 12 innescato a lombrichi portati da casa, ma mi basta poco per accorgermi che c'è qualcosa che non va, non sono convinto che l'esca sia quella giusta.
Ricordavo  che  poco  prima  a  S.  Lorenzo,  arrivando  qui,  avevo  notato  una  casa  con stalla  annessa.  Ci  vado  e  chiedo  ai  gentilissimi  proprietari  di  poter  cercare  qualche verme  nel  letamaio,  cosa  che  non  fanno  difficoltà  a  concedere,  non  senza  avermi squadrato  per  bene,  avranno  pensato  “ma  guarda  un  po’  questi  cittadini  che  si
divertono  a  rovistare  nel  letame”.  In  breve  tempo  ne  trovo  un  buon  numero:  sono lombrichi rossicci lunghi circa cinque centimetri fasciati da vistosi anelli gialli.  
Ritorno  alla  cascata,  innesco  e  ritento,  poco  dopo  il  primo  pesce:  un  bel  persico  di oltre 20 cm; cambio l'esca, secondo persico e questa volta supera i 25 cm. In un'ora ne  avrò  presi  una  ventina,  tutti  della  medesima  taglia,  meno  male  che  i  pesci  non erano cambiati, questi però non li ho padellati.
A tavola commentavo con mia moglie su come avevano trasformato quel posto in un nuovo paradiso e che da quel momento in poi avremmo eletto a meta per le vacanze.
Il ritorno a casa si svolse secondo la norma di oggigiorno.............in coda!
Massimo Ficarelli 

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